Emergenze sanitarie ed ambientali: riflessioni per i Borghi

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L’intervista de La Repubblica all’architetto Stefano Boeri, pubblicata il 20 aprile, ha rilanciato il dibattito sul ruolo e sul destino dei Borghi italiani anche con autorevoli interventi (Sottosegretaria Anna Laura Orrico del MiBact, rappresentanti di Unicem, dei Borghi più Belli d’Italia, ecc.).
Questo tema, ricorrente nei programmi dell’Associazione dei Lucani a Roma, è oggetto di un commento del suo Presidente, Filippo Martino, redatto in coincidenza con l’intervista di Boeri e che riportiamo di seguito.



Premessa
Ci sono così tante incognite in questa pandemia da non consentire nemmeno agli esperti di trarre conclusioni, salvo che sulla connessione tra Covid-19 ed emergenze globali quali:

  • cambiamenti climatici (aumento delle temperature e del livello dei mari);
  • alterazione della biodiversità (per sfruttamento industriale del territorio, urbanizzazione, deforestazione, agricoltura intensiva).

Gli esperti ritengono infatti che le pandemie non sono semplici accadimenti accidentali ma soprattutto le conseguenze non volute di azioni umane.

In questo quadro, potrebbe esserci un cambio di prospettiva per i borghi?

 

  1. La pandemia offre nuovi spunti di riflessione sul destino dei borghi

Nel corso di una pandemia le priorità sono la salvaguardia delle vite umane, il contenimento del contagio e i piani per la ripartenza. Lezioni e conclusioni avverranno dopo la valutazione dei dati da cui ricavare apprendimenti per il futuro. E ciò riguarderà anche il rapporto tra attività umane e territorio che potrebbe fornire nuovi spunti di riflessione sul destino dei borghi delle aree interne.

In queste settimane, piccole città e borghi italiani del Centro-Sud hanno visto il rientro dal Nord di persone in fuga da luoghi di studio o di lavoro, ricordando ai più anziani di noi il flusso degli “sfollati” per cause belliche tra il 1942 e il 1945. Fenomeni certo non comparabili se non nell’istinto che assale gli esseri umani a scappare dalla folla in situazioni di panico e nei timori dei residenti (oggi, quello di essere contagiati) che vedono i loro borghi diventare un rifugio salvifico solo nelle emergenze!

A causa del Covid-19 i borghi sono concentrati nel dare assistenza ai residenti anziani e a quelli dispersi nelle campagne attraverso il lavoro degli eroi anonimi della Protezione Civile e altre strutture di volontariato. Da questi luoghi del silenzio, oltre a dati sulla pandemia giunge anche qualche testimonianza come quella dello scrittore Franco Arminio, che dalla sua casa di Bisaccia (AV, 3.500 abitanti), dichiara a l’Espresso:

Nei paesi non hai il problema di schivare le persone. Si sta larghi, …qui la quarantena è cominciata da molti anni. Vista dai paesi, questa vicenda ti fa capire che ci stanno togliendo tante cose che non erano già nostre. E ora si tratta di vedere cosa resta ai borghi… Non esistono specifiche virtù appenniniche contro il virus. L’Italia ha poche residue differenze…”

Forse, però, le poche residue differenze potrebbero fornire ai borghi qualche vantaggio tale da legittimarne l’esistenza in vita, per il possibile minore impatto su di loro di alcuni dei temuti mutamenti globali. Aspetti che andrebbero considerati negli studi e nei piani di intervento istituzionale che prevedono sostegni ed incentivi per contrastare spopolamento, precarietà del lavoro, degrado sociale, perdita di servizi essenziali quali: scuole, ambulatori, farmacie, poste, collegamenti, ecc.

Significative al riguardo le dichiarazioni, non di un paesologo come Arminio ma di un uomo di città, l’architetto milanese Stefano Boeri, celebre nel mondo per il suo straordinario grattacielo verde a Milano, il cosiddetto bosco verticale. Boeri, oltre che Archistar, è un teorico dell’architettura, professore di Urbanistica al Politecnico di Milano, quindi un uomo di studi e di pratica con sedi di progettazione a Milano, Shanghai e Tirana. Nell’intervista rilasciata a La Repubblica vi sono interessanti riflessioni sulla complementarietà tra città e borghi che sono un po’ banalizzate dal titolo enfatico.

Boeri segnala la spinta verso l’abbandono delle zone più abitate che si sta manifestando in Inghilterra e aggiunge: succederà anche in Italia. Chi ha una seconda casa vi si trasferirà, avendo ormai capito le potenzialità del lavoro a distanza, o vi trascorrerà periodi più lunghi. Ma questo processo andrà governato. Servirebbe quindi una campagna per facilitare la dispersione e anche la ritrazione dall’urbano… L’Italia è piena di borghi abbandonati, da salvare. Abbiamo un’occasione unica per farlo.”

 

2. L’ABANDONALISM, ovvero la retorica sui luoghi in abbandono

La visione di Boeri differisce da quella della pubblicistica dominante che si occupa dei borghi delle aree interne prevalentemente per la rievocazione di vicende ed atmosfere del passato, e per la descrizione di luoghi in abbandono o del tutto abbandonati.

Sono numerosi i libri sulla decadenza senza speranza di borghi deserti, fornendo materia alla letteratura dell’abbandono, lABANDONALISM ovvero una rappresentazione dei luoghi tra il pittoresco e il sublime (come per le rovine ai tempi del Grand Tour), diventato ormai un vantaggioso genere letterario e anche un filone del turismo colto. Tra i libri recenti, La teoria dei Paesi vuoti. Viaggio tra i borghi abbandonati (Ediciclo Editore 2019) di Mauro Daltin.

Ma per i molti cittadini che ancora vivono nei borghi (circa il 10% della popolazione italiana!), l’abandonalism non è una tematica turistico-letteraria che li può gratificare! Perché le storie che riguardano la Spagna Vuota piacciono a chi non ci vive! dice Sergio Del Molino, autore dell’omonimo saggio (Sellerio Editore 2019), uno dei migliori testi sullo spopolamento.

Per fortuna ci sono anche libri (pochi) sulle iniziative di comunità che non si arrendono, come quello del giornalista Francesco Erbani, autore de L’Italia che non ci sta, dal significativo sottotitolo Viaggio in un Paese Diverso (Einaudi 2020). Un racconto avvincente, istruttivo e rigoroso su chi non ha perso la speranza, frutto un lavoro decennale.

Senza sminuire l’importanza di scrittori e socio-analisti che si occupano di borghi sarebbe urgente che le aree interne ricevessero attenzione soprattutto da esperti di cambiamenti ambientali, economisti, operatori di agricoltura innovativa, responsabili di pianificazione e promozione territoriale (come Stefano Boeri ed altri).

Opinioni espresse da esperti di livello mondiale come Boeri cambiano la prospettiva al tema dei borghi: che da problema emergenziale di microeconomia, disagio psico-sociale e recupero di memorie storico-culturali diventa anche, se non soprattutto, una criticità ambientale e di riequibrio territoriale da inquadrare in ottica di:

* patologie sanitarie e pandemie legate all’aumento delle temperature. Dati scientifici mostrano che l’aria inquinata rende le società urbane più vulnerabili alle infezioni. La fragilità polmonare di chi vive in aree ad alta densità di polveri sottili é assimilabile al contagio…
* innalzamento del livello dei mari. Più di metà della popolazione mondiale vive a meno di 60 km dalle coste. Prevedibili grandi migrazioni verso l’interno…
* presidio del territorio a protezione del verde e della biodiversità
* coltivazioni agricole più sostenibili
* disponibilità di acqua.

Questi mutamenti sono analizzati prevalentemente per gli effetti sulle città con pochi riferimenti ai borghi delle aree interne cui i centri urbani sono spesso legati da una complementarità di fatto determinata dalle infrastrutture per la mobilità, servizi sanitari, finanziari, culturali, ecc. cui si aggiungono ora le potenzialità del lavoro a distanza.

3. Cosa fare? Da parte di chi?

I borghi non hanno solo svantaggi: sono più salubri, meno minacciati dall’aumento del livello delle acque e, in parte, anche dall’aumento della temperatura. Inoltre, sono più vicini a campi coltivabili con agricoltura non intensiva e i loro abitanti sarebbero le sentinelle ideali per zone naturali da preservare. Questi elementi positivi suggerirebbero la salvaguardia dei borghi, se fosse diffusa la consapevolezza delle loro positività!

Chi dovrebbe diffonderla? Con quale urgenza? A quali fini?
Temi complessi, qui solo accennati, che andrebbero affrontati non solo da esperti esterni ma soprattutto dagli opinion leader attivi nel territorio che, a differenza del passato, avrebbero ora ampie possibilità di accesso a centri di ricerca ed elaborazione concettuale per riflettere sulle conseguenze delle criticità planetarie sul ruolo ed il destino dei borghi.

Nel secondo dopoguerra, quando le regioni del Mezzogiorno erano in condizioni di vita disastrose, la Basilicata (al centro di studi etnologici e socioeconomici decisi dal Governo) riuscì a trovare al proprio interno personalità lucane capaci di interagire con esperti mondiali.

Particolarmente rilevante la interazione che Rocco Mazzarone e Rocco Scotellaro, due grandi intellettuali ed operatori socioculturali di Tricarico, ebbero con Carlo Levi, Friedrich G. Friedmann (responsabile dello studio sui Sassi di Matera, promosso negli anni ’50 dall’Istituto Nazionale di Urbanistica presieduto da Adriano Olivetti e dall’UNRA-Casas), Manlio Rossi-Doria (animatore del Centro di Specializzazione e Ricerche Economico-Agrarie per il Mezzogiorno, della Facoltà di Agraria dell’Università di Napoli), Gilberto Marselli (tra gli autori del Piano Lucano Svimez), ecc.

La Basilicata, pur essendo uno dei paesi economicamente più svantaggiati e tra i più inaccessibili, non subì passivamente l’incontro di grandi personalità del cinema, della letteratura, dell’etnologia, della sociologia, di studiosi, accademici ed esperti di pianificazione socioeconomica ma, grazie ad associazioni, personalità della cultura, ecclesiastici, politici lucani, riuscì ad avere un ruolo non marginale nel dibattito e nella definizione di linee d’azione e normative legate alla Questione Meridionale (tuttora presente!).

Oggi, non mancano le personalità lucane che potrebbero essere mobilitate per identificare le criticità, definire priorità e progetti realistici per temi complessi come la salvaguardia e rivitalizzazione dei borghi delle aree interne. Ma sembra mancare il senso di urgenza e la mobilitazione generata in passato dalle guerre e da condizioni sociali intollerabili che obbligarono leader locali in vari ruoli istituzionali e sociali a partecipare alle molteplici iniziative per il riscatto del Mezzogiorno. Un’opera purtroppo mai conclusa, se si pensa al persistente divario con il Nord, ma che è stata comunque di vitale rilevanza socioeconomica e di straordinaria ampiezza se paragonata alla carente progettualità del presente!

Ora, ci sarebbero migliori condizioni rispetto al passato: normative europee e regionali di sostegno, accessibilità/interconnessione, fermenti culturali diffusi nel territorio, azioni dal basso di associazioni/istituzioni comunali che talvolta utilizzano bene la loro autonomia per contrastare il declino con iniziative importanti (anche se poi contraddette dalla incapacità di realizzare sinergie: fallimento delle aggregazioni tra comuni, inefficacia dei GAL, ecc.).

Anche nel futuro, le soluzioni dovranno essere locali per la specificità dei problemi dei 5.500 borghi italiani. Considerato il loro numero, non sarà facile trovare soluzioni site specific vincenti per tutti. Ci potranno riuscire, forse, le comunità che sapranno interagire con le istituzioni e con centri del sapere/esperti di livello internazionale insieme ai quali analizzare problemi complessi da punti di vista diversi facendosi contagiare (stavolta senza pericoli per la salute!) dalle buone idee, buone pratiche e dalla speranza!

Filippo Martino
24 aprile 2010

 

Foto di copertina: © Science Photo Library/AGF